A pesca nell’erbaio -1 Parte-

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SPALLALe piante acquatiche spesso creano una vera e propria giungla dove le carpe amano scorazzare in cerca di cibo. La pesca in queste zone però deve essere affrontata con accorgimenti particolari per poter ottenere dei risultati positivi. Testo e foto di Marco Campanella Le piante acquatiche trattengono notevoli quantità di cibo naturale come lumache, larve di insetti e gamberetti, ottimo cibo per le carpe che fornisce loro un apporto energetico e accrescitivo che immediatamente dopo il loro “risveglio” è essenziale per recuperare le forze assopite nel periodo di minore attività, ma non solo, in essi trovano anche il giusto riparo per essere meno vulnerabili da eventuali predatori e per non farsi notare dagli occhi indiscreti di noi carpisti.

Quando affronto le sessioni in questo tipo di spot parto già consapevole del fatto che dovrò prestare attenzione ad ogni piccolo erbaio7particolare. So per esperienza che anche l’aspetto floreale dei laghi o delle cave che già conosco è sempre in continua evoluzione. Di conseguenza, non trovando mai la stessa situazione più di una volta, preferisco munirmi di una barca ed una buona dose di pazienza impegnando qualche ora andando ad ispezionare il fondale in cerca di buchi, passaggi o qualche movimento, quasi come se stessi giocando alla caccia al tesoro in mezzo alla fitta vegetazione acquatica. Un’operazione fondamentale, quando le alghe sono così fitte da non permetterci di vedere il fondo, è quella di sondarlo con un piombo o con un’asta, andando ad allargare senza troppa irruenza, ma in maniera delicata e meno invasiva possibile, il fitto manto, evitando così di spaventare eventuali pesci nelle vicinanze.

Meglio ancora, in commercio esistono delle telecamere subacquee a cifre relativamente modiche che ci permettono di osservare più da vicino cosa si cela sotto la superficie dell’acqua; in questo caso l’eco non serve, poiché il fitto manto erboso non permette al trasduttore di fornire la visualizzazione della tipologia del fondale che scorre sotto l’imbarcazione. Difatti, le alghe come la Nitella hyalina, Chara e Myriophyllum che caratterizzano gran parte degli erbai nei laghi e cave d’Italia e che crescono molto alte sino a pochi centimetri dalla superficie, creano una fitta prateria verde che nostro malgrado ci costringe ad addentrarci sempre più nella flora con la telecamera legata ad un’asta. Man mano che ci avviciniamo al fondo, con gran sorpresa iniziamo ad accorgerci che, a differenza di quello che ci par di vedere ad occhio nudo semplicemente sporgendoci dalla barca, a sostenere la gigantesca chioma verde sono essenzialmente dei filamenti erbosi distanziati talmente tanto tra loro, all’incirca 30/40 cm, da permettere ai grossi ciprinidi di sguazzarci allegramente in mezzo senza mai essere costretti ad uscire allo scoperto nelle zone al di fuori all’erbaio.

Questo tipo di spot è uno dei miei preferiti e di solito è proprio lì che va a finire uno degli inneschi. Nell’area che intercorre tra il fondo e il tetto di quel vasto sito verde ci sono degli spiazzi che raggiungono anche il metro d’altezza, ed è proprio grazie a questo piccolo cosmo acquatico che mi sono accorto che le carpe sembrano non risentire della fotosintesi clorofilliana, spiegando così perchè molte delle mie catture avvengono anche durante la notte.

Fotosintesi clorofilliana

La fotosintesi clorofilliana è quel processo che permette alle piante di esistere. L’energia della luce irradiata dal sole viene assorbita dalle foglie dove risiedono dei piccoli organi (cloroplasti) che contengono alcuni pigmenti in grado di sviluppare la fotosintesi. Uno di questi pigmenti, la clorofilla, è il responsabile della colorazione delle foglie e serve a dar vita ad una serie d’importanti reazioni chimiche.

Attraverso la quantità di anidride carbonica e di idrogeno presente nell’acqua, la fotosintesi è in grado di catturare alcune sostanze, come l’amido e lo zucchero, che risultano di vitale importanza per il sostentamento e lo sviluppo della pianta e di rilasciare ossigeno a conclusione dello stesso procedimento. In pratica, le piante sono in grado di trasformare l’energia luminosa (foto) in sostanze organiche come il glucosio (sintesi). È la luce dunque ad innescare un processo chimico che, mediante la stimolazione dei pigmenti sopra citati (cloroplasti), consente di mettere in moto gli elettroni contenuti all’interno degli atomi. Di conseguenza, l’energia catturata genera alcune reazioni chimiche in grado di provocare la scissione delle molecole di acqua che “rompendosi” rilasciano ossigeno.

L’idrogeno, invece, combinandosi con l’anidride carbonica mediante un procedimento fisico crea una reazione chimica che serve a produrre lo zucchero. Quest’ultimo, dopo essere stato assimilato dalle piante in proporzione alla loro capacità di assorbimento sotto forma di amido, diventa una preziosa fonte di energia che serve a far respirare la pianta. In poche parole, durante il giorno le piante rilasciano ossigeno, mentre durante la notte, in assenza di luce, rilasciano anidride carbonica; di conseguenza è proprio durante la notte che le carpe e tutti gli esseri che compongono la fauna acquatica sono portati ad uscire dagli erbai alla ricerca di acqua più ossigenata.

In mezzo alle erbe

Dopo aver accuratamente perlustrato lo specchio d’acqua ed aver individuato la posizione delle aree coperte di vegetazione e a remi2delle aree libere da ogni insidia, sorge spontaneo domandarsi quale tipo di settore sia maggiormente adatto alle nostre esche. Calare i terminali nelle zone “tappezzate” d’erba richiede necessariamente alcune accortezze. Andando a posizionare l’innesco, dobbiamo infatti evitare che la lenza madre lasci un segno evidente sulla superficie dell’erbaio, poiché potremmo rischiare di compromettere la quantità e la qualità delle partenze.

Inoltre, le carpe potrebbero essere insospettite dalle alterazioni che il filo imprime allo strato erbaceo una volta posizionata la canna sul pod. La risoluzione di questo problema non è poi così difficoltosa, tuttavia sorgono spontanee alcune domande. Ad esempio, ipotizzando che un pesce di grossa taglia, 20-25 kg, si aggiri intorno al metro di lunghezza, quanto sarà lungo il raggio di movimento che il ciprinide è in grado di coprire una volta individuato l’innesco prima di aspirarlo? Immaginando che la risposta sia attorno ai 70/80 cm, dopo averli sommati alla lunghezza del pesce, otterremo come risultato all’incirca 1,80 mt.

Di conseguenza, dopo aver realizzato un lead core che si aggiri intorno ad 1,50 mt di lunghezza, in modo tale da permettergli di rimaner ben disteso sul fondo, passiamo uno stopper per galleggianti scorrevoli o leghiamo del power gum nella lenza madre. Quindi andiamo ad infilare una boa da 80-100 gr e un back lead dello stesso peso, così da distendere perfettamente i 2 mt finali e contemporaneamente tenere in trazione il gavitello. Infine colleghiamo il lead core con il piombo e il terminale al filo della bobina e ci prepariamo a calare.

Dopo aver raggiunto il sito precedentemente ispezionato con la barca, ci sporgiamo ad immergere la nostra esca solo dopo averla messa all’interno di un sacchetto in pva o aver protetto l’amo con del foam per evitare che durante la discesa il terminale venga compromesso dalle erbe. A questo punto, aiutandoci con un remo o con un’asta, apriamo con molta tranquillità un varco in mezzo alla “giungla” e cominciamo a far scorrere la lenza all’interno del pertugio da noi creato.

Appena il piombo arriva a toccare il fondale lo facciamo cautamente saltellare due o tre volte per facilitare la distensione del terminale e, nuovamente con l’aiuto dell’asta, andiamo ad accompagnare il lead core verso il fondo in maniera che non si creino delle pance. Con il piombo scorrevole ci portiamo pressappoco alla distanza di 2 mt e, continuando a scortare verso il fondo il lead core, lasciamo andare a fondo il back lead volante e, dopo aver determinato la profondità con la boa, fermiamo il galleggiante con lo stopper. Dopo di che torniamo a riva e posizioniamo la canna nel cavalletto facendo attenzione a non mettere troppo in trazione la lenza, così da evitare di far immergere la boa ed eludere il rischio di spostare il piombo.

Più semplice invece risulta la pesca in location che presentano come fauna castagnole e ninfee. Questo tipo di vegetazione, infatti, non comporta molte accortezze. Sorrette da un grosso fusto che ne fa da radice, crescono fino a superare i 2 mt d’altezza, mentre le grandi foglie che quasi sembrano galleggiare sulla superficie dell’acqua nascondono enormi buchi dove poter rilasciare le nostre esche. L’unica accortezza da adottare dopo la ferrata che segue una partenza consiste nel non forzare il recupero del pesce prima di raggiungere il punto in cui la carpa si è fermata.

Questo discorso vale anche per la pesca all’interno degli erbai. Dopo aver abboccato, la nostra preda cercherà sicuramente di disperdersi fra i fusti delle ninfee o nei grandi cumuli d’erbe, cercando con prepotenza di liberarsi dall’amo, strofinando la testa sul fondo o semplicemente tirando con tutta la sua forza. Quest’operazione ci permette d’individuare facilmente il luogo in cui il pesce si è fermato e ci fornisce la possibilità di liberare la nostra lenza dai vari impedimenti. In aggiunta ci consente di evitare il rischio di lacerare il labbro della carpa e la possibile perdita di quest’ultima causata dalla troppa trazione durante la fase del recupero.

Ai margini

Nondimeno, se ancora non abbiamo acquisito sufficiente familiarità con lo specchio d’acqua nel quale ci accingiamo a pescare, anche le zone sgombre da alghe situate ai margini degli erbai rappresentano un ottimo sito dove andare a calare le esca4nostre lenze. Questi settori potranno infatti garantirci alcuni benefici sia di giorno che di notte. Durante il periodo diurno le carpe hanno la possibilità di nuotare sia all’interno e sia all’esterno del manto erboso dato che, come riportato sopra, l’energia solare permette alle piante di produrre ossigeno attraverso la fotosintesi clorofilliana. Pescando alle estremità dell’erbaio, abbiamo inoltre la possibilità di attrarre quei pesci che si aggirano negli spazi sgombri da piante acquatiche alla ricerca di un po’ di sole o semplicemente di cibo. Allo stesso tempo potremo andare a stanare, attraendoli con le nostre esche, anche gli esemplari che si nascondono nella densa giungla sommersa e che altrimenti non avrebbero percepito il bisogno di uscire allo scoperto.

Testo e foto di Marco Campanella



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