Oglio mon amur

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Tutto è cominciato in un pomeriggio di fine Inverno quando, durante una pescata veloce sul fiume che passa vicino a casa mia, ho detto ad un amico che a mio parere quel tratto dell’Oglio potesse ospitare, oltre alle innumerevoli carpe, anche qualche amur. La sua risposta non è stata molto incoraggiante e nemmeno troppo gentile, cosi come quelle di molti altri pescatori locali pronti a scommettere il contrario. Mi sono reso conto di essere l’unico a credere in quella possibilità e in effetti nessuno li aveva mai visti ne catturati. Decisi così di dedicare la primavera ormai alle porte a quella nuova sfida.

La mia ipotesi era basata sulla grande speranza alimentata dalle tante puntate di Sampei, ma anche su alcune situazioni reali che mi lasciavano dei dubbi.

Pescando su una delle “mie” postazioni, mi capitava di catturare regolarmente carpe di piccola taglia, che sparivano non appena iniziavo le pasturazioni abbondanti, tipiche della primavera, con le granaglie, per poi riapparire quando cominciavo ad utilizzare le boiles. In un primo momento mi sembrava un fatto abbastanza inspiegabile, ma pasturando da subito con le palline il problema era risolto. Volevo comunque capire il motivo e ragionando sulla situazione ho intuito che, a causa della competizione alimentare tra le due specie, i miei secchi di mais venivano spazzolati da qualche grosso amur che teneva lontano le carpette per i primi giorni, abbandonando la zona quando eliminavo le granaglie e mettevo in acqua solo palline al pesce che non lo attiravano.

Un altro aspetto interessante era la presenza di alcuni salici sulla riva che, durante l’inverno, lasciavano cadere le foglie in acqua accumulando dei tappeti di pastura naturale e una volta rifioriti, piegavano i loro rami sull’acqua creando delle zone d’ombra sicuramente sfruttate del pesce. Proprio sotto uno di questi alberi, in un pomeriggio di marzo piuttosto caldo, finalmente ho capito di essere sulla strada giusta, quando ho visto due grandi sagome grigie che si muovevano a galla.

Li avevo trovati! A quel punto il problema era catturarli…

Lo Spot era in una zona dove la profondità non supera il metro e mezzo e il fondale è piatto e piuttosto fangoso. Naturalmente, considerando che un amur può mangiare quantità di esche piuttosto abbondanti, ho pasturato per una settimana con 25-30 chili di mais al giorno pescando solo un paio d’ore per non disturbare troppo lo spot.

Poi finalmente è arrivato il momento di fare un tentativo serio con una sessione di tre giorni. Come al solito ho catturato qualche carpetta per i primi due e la mattina del terzo è arrivata la calma piatta, quello che speravo! La postazione è stretta e c’è spazio per una sola canna quindi non potevo fare altro che aspettare e sperare chi il mio mais bilanciato facesse il suo dovere. Dopo dodici lunghe ore di attesa una partenza violenta e improvvisa mi ha quasi spaventato e al termine di un combattimento che mi sembra durato un secolo ho guadinato il mio primo amur del fiume Oglio.

Ero felicissimo, non mi sembrava vero, ma ricordavo perfettamente di averne visti due e quello catturato era il più piccolo. Dopo una decina di giorni, nello stesso posto, un’altra emozione indimenticabile quando ho preso “quello grosso”: il primo pesce over 20 della mia vita.

Continuando a cercarli, seguirli e studiarli ho imparato a pescare sopra agli ostacoli, a pasturare nel modo e agli orari giusti, a valutare il livello, la temperatura dell’acqua e altri accorgimenti fondamentali; chissà cosa imparerò la prossima primavera?!

Sono passati tre anni da quel pomeriggio, nel frattempo ne ho catturati altri due e quella è diventata la mia seconda casa. Un posto speciale, proprio sul fiume dove ho iniziato a pescare quando ancora non andavo a scuola. Lo stesso posto che, nonostante i milioni di chilometri percorsi per pescare in Italia e all’estero, mi ha regalato il record personale a due passi da casa!

Ah! Dimenticavo! Mi sa che la scommessa con il mio amico l’ho vinta…

Autore Giulio Varoli



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